L'unica Riserva Naturale in Oltrepò Pavese

La Riserva Naturale è gestita da ERSAF Regione Lombardia, situata in comune di Menconico PV ha.
Volo di Rondine si occupa del Centro Visite estivo da molti anni e nel 2015 ha redatto un progetto specifico dal titolo  RI.SER.VA. - Riscoperta, Servizi, Valorizzazione per dare maggiore visibilità ad un ambiente unico in Lombardia e l’altrettanto speciale contesto dell’Oltrepò Pavese. L'intento è sensibilizzare ad una fruizione più consapevole dell'ambiente naturale, fornendo servizi specifici e puntuali. CALENDARIO CENTRO VISITE 2016

Monte Alpe è SIC Sito di Importanza Comunitaria

L'elevata biodiversità della riserva permette di osservare numerose specie floristiche e individuare le tracce di molti animali.  Ambienti rilevanti sono la pineta, il bosco di latifoglie, il castagneto (habitat prioritario), le specie floristiche rare nella zona di pascolo (habitat prioritario) e le sorgenti pietrificanti (habitat prioritario). Interessanti inoltre gli aspetti di ingegneria naturalistica applicata e la lotta biologica con la Formica Rufa. 

Sentieri, Escursioni e Educazione Ambientale

In estate dal Punto Informazione e Centro Visite della Riserva Naturale partono escursioni naturalistiche guidate gratuite. Vedi nella pagina della agenda orari e date. Per scolaresche o gruppi è possibile organizzare escursioni naturalistiche guidate su prenotazione, durante tutto l'anno.


riserva naturale monte alpe sentieriIl nostro consiglio sui

SENTIERI della Riserva Naturale Monte Alpe

Per una escursione naturalistica guidata: info @ volodirondine.com

Riserva Naturale Monte Alpe

Indice



SIC Sito di Importanza Comunitaria

Inserita nel cuore dell'Appennino lombardo, è stata istituita nel 1985 ad un'altitudine compresa tra i 900 e 1.260 m s.l.m. Il Monte Alpe riveste una grande importanza naturalistica e paesaggistica grazie alla presenza di fitti boschi di latifoglie e conifere alternati a prati ricchi di importanti fioriture. 

La biodiversità si manifesta anche a livello di fauna comprendendo numerose specie animali, tra le quali la formica rufa inserita come intervento di lotta biologica partire dagli anni'50. Un altro aspetto interessante riguarda gli interventi forestali e di ingegneria naturalistica che caratterizzano la storia della riserva.

Informazioni Generali

La riserva, ubicata in provincia di Pavia, è totalmente compresa nei confini amministrativi del Comune di Menconico. La collocazione orografica è riferita all’alta Valle Staffora poco a ridosso delle pendici del Monte Penice. 

La superficie complessiva è di circa 328 ha di cui 300 boscati e i rimanenti a prato, prato-pascolo e coltivo. 

Il punto più basso della riserva è posto a 769 m s.l.m. mentre la quota più alta raggiunge i 1.254 m s.l.m.

Nel 1980 la riserva è stata dichiarata “biotopo” ai sensi della L.R. n. 33 del 27.07.1977. A seguito dell’emanazione della L.R. n. 86 del 30.11.1983 è stata istituita la riserva naturale “Monte Alpe” e la Regione Lombardia ne ha affidato la gestione all’ERSAF - EnteRegionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste (ex Azienda Regionale delle Foreste) ai sensi della Deliberazione del Consiglio Regionale n. 1968 del 16.03.1985. L'area è stata classificata "riserva parziale biogenetica" ai sensi dell'art. 37 della L.R.  86/83.  

In seguito alla Direttiva HABITAT (Direttiva 92/43/CEE del 21/5/1992), la Riserva Naturale Monte Alpe è stata riconosciuta come SIC - Sito di Importanza Comunitaria con sigla: IT2080021.

In Oltrepò Pavese a pochi km da Varzi, direzione Passo Penice.

come arrivare alla riserva naturale monte alpe


L'incendio e gli interventi di recupero ambientale

Il 27 febbraio1990, sotto la S.P. n. 461 del Penice in località Carpaneto, scoppiò un incendio che si estese rapidamente arrivando ad interessare gran parte dei boschi di conifere. A causa del vento e delle caratteristiche del soprassuolo (elevata densità di impianto iniziale e notevoli quantità di materiale secco al suo interno), le fiamme interessarono sia il fusto che la chioma degli alberi. La superficie complessiva percorsa dal fuoco è stata valutata in 141 ettari quasi esclusivamente occupati dal popolamento monospecifico e coetaneo di Pino nero (di circa 60 anni di età).

Le aree più colpite sono state oggetto di taglio raso in quanto irrimediabilmente compromesse dall’incendio e da successivi attacchi da parte di un insetto (Ips sexdentatus).

L’incendio ha fortemente modificato il quadro biologico della riserva, certamente producendo danni notevoli, ma liberando nel contempo forze dinamiche tendenti ad un aumento della diversità biologica e quindi, in definitiva, ad una maggiore stabilità ecologica.

Immediatamente dopo l’incendio l’Ente gestore ha provveduto ad eseguire interventi urgenti che limitassero eventuali fenomeni di dissesto idrogeologico ed il degrado ambientale effettuando semine erbacee nelle aree maggiormente danneggiate, eseguendo la manutenzione ordinaria e straordinaria delle principali vie di accesso alla riserva. Inoltre, nelle porzioni di bosco con danni più limitati, è stata fatta la ripulitura boschiva  del materiale secco e bruciato per ridurre un nuovo pericolo di incendio e limitare il più possibile la diffusione di insetti dannosi per il legname.

Nel successivo periodo - ottobre 1991 / ottobre 1995 - si svolsero gli interventi di taglio raso del bosco bruciato (solo 58.5 ettari nella parte irrimediabilmente danneggiata), lo sgombero del legname tagliato, il tutto seguito dagli interventi di rimboschimento di tali superfici. Si sono utilizzate specie forestali autoctone, in modo da ricostituire un bosco ecologicamente stabile e al tempo stesso di buon valore economico. Il numero di piantine messe a dimora per ettaro andava dalle 1.500 alle 2.500 unità, in relazione alla presenza di rinnovazione naturale già affermata.

Il bosco della riserva

Le aree boscate comprendono circa 186 ettari di pineta artificiale a prevalenza di Pino nero e 114 ettari di bosco ceduo.

La parte occidentale della Riserva è coperta da boschi cedui costituiti prevalentemente da Carpino nero, Roverella e Orniello con una sporadica presenza del Faggio, Acero opalifolio e campestre, Rovere, e da arbusti quali Nocciolo, Maggiociondolo, Ginepro e Biancospino.

Nella parte Sud-Ovest della riserva si trova un castagneto da frutto in fase di ripristino funzionale.

Le pinete di “Monte Alpe” hanno costituito il primo nucleo di un vasto programma di riforestazione realizzato dal Corpo Forestale dello Stato nell’Oltrepo Pavese a partire dagli anni ‘30. Le ragioni che hanno portato alla realizzazione di questa estesa opera di rimboschimento sono da ricercarsi nella grave situazione di dissesto idrogeologico in cui all’inizio del secolo versava tutto il territorio appenninico.  
Interi versanti, come quelli di Costa d’Alpe risultavano infatti completamente privi di vegetazione forestale.  L’obiettivo principale dell’opera di rimboschimento era quello di assicurare nel più breve tempo possibile il ripristino della copertura forestale e quindi prevenire i fenomeni di dissesto idrogeologico.

La specie più utilizzata in virtù delle sue scarse esigenze ecologiche è stata il Pino nero, insieme al Pino silvestre, Larice e Abete rosso. Le pinete evidenziano attualmente densità eccessive, in alcuni casi prossime a quelle di impianto, a sottolineare come tutta l’attenzione del selvicoltore fosse concentrata nell’ottenere una rapida copertura del suolo.  
La densità eccessiva dei popolamenti e conseguentemente la scarsa quantità di luce che riesce a raggiungere il suolo rallenta i già difficili processi di degradazione della lettiera.

Problematiche degli impianti artificiali di Pino nero

I popolamenti di Pino nero sono di per se ecosistemi poveri, caratterizzati da una scarsa presenza di sottobosco e conseguentemente frequentate da uno scarso contingente faunistico.
Queste caratteristiche vengono ad accentuarsi nei popolamenti di origine artificiale. Il risultato è la formazione di ecosistemi poveri, estremamente semplici e conseguentemente instabili.

Il principale segnale di una generalizzata situazione di instabilità ecologica sono le periodiche esplosioni demografiche di insetti che normalmente accompagnano il Pino nero senza però superare la capacità portante dell’ecosistema (Thaumetopoea pityocampa, Ips sexdentatus, Tomicus minor).

La processionaria del pino

Si tratta di un lepidottero che popola normalmente le pinete senza arrecare particolari danni al bosco, a meno che le piante ospiti non siano già in condizioni di sofferenza. 

La schiusa delle uova avviene alla fine di agosto, le larve cominciano a nutrirsi degli aghi di pino e tessono una sottile ragnatela nella quale restano impigliati gli aghi. Le larve si alimentano per tutto il periodo autunnale. Poco prima del sopraggiungere dei primi freddi, tessono una ragnatela più consistente formando il caratteristico nido invernale. In primavera le larve riprendono l'attività e quando escono dal nido si dispongono in fila indiana formando delle “processioni”. Giunte sui rami provvisti di foglie si sparpagliano e divorano una grande quantità di aghi; è in questa fase che si verificano i danni maggiori.

In una fase successiva di sviluppo, i peli che ricoprono le larve diventano urticanti e, in caso di contatto, possono rappresentare un notevole fastidio anche per l’uomo. Le larve raggiungono la maturità alla fine di aprile-primi di maggio ed a questo punto abbandonano il nido per scendere a terra, sempre in lunghe processioni, e andare ad interrarsi a 10-15 cm di profondità dove si incrisalidano.

Gli adulti, ovvero le farfalle, fuoriescono dal terreno fra la seconda metà di giugno e i primi di agosto. Subito dopo l’uscita dal terreno le farfalle, di abitudini crepuscolari, volano anche a notevole distanza dal luogo di origine, quindi si accoppiano e depongono le uova formando dei manicotti attorno a due aghi di pino nelle parti della chioma più soleggiate scegliendo di preferenza le piante isolate o poste ai margini delle radure. In genere la femmina depone da 100 a 300 uova. La schiusa avviene dopo circa 30 gg.

Ad ogni ciclo, un certo numero di larve rimane nel terreno per sfarfallare dopo due o tre o eccezionalmente quattro anni.


Processionaria e pinete

L’impiego del Pino nero per la realizzazione di impianti artificiali anche al di fuori di quello che è il suo areale, ha comportato un parallelo espandersi dell’areale della processionaria del pino che ha sempre seguito il suo ospite.

Le defogliazioni causate dalla processionaria determinano una riduzione degli incrementi legnosi e più defogliazioni successive possono portare alla morte interi rimboschimenti. Le piante infestate risultano indebolite e facilmente soggette ad attacchi di altri parassiti.

Una soluzione di carattere selvicolturale per la difesa dei boschi dall’attacco di questo insetto consiste nell’effettuare interventi che trasformino gradualmente i popolamenti monospecifici di pino in formazioni miste con latifoglie, ovvero verso formazioni più naturali e quindi di per se stesse più resistenti e stabili.

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Le formiche della riserva

Negli anni cinquanta furono iniziate delle sperimentazioni condotte dall’Università di Pavia con lo scopo di contenere la presenza di Processionaria (Thaumetopoea pityocampa) tramite impiego di metodologie di lotta biologica. Dopo vari tentativi con insetti entomofagi delle larve della Processionaria, sono stati trapiantati in bosco nidi di Formica Lugubris, micidiale predatrice delle suddette larve. Furono trasportati interi nidi di formiche prelevandoli nelle Prealpi lombarde. Questa sperimentazione, iniziata negli anni cinquanta, è continuata con gli ultimi trapianti sino ai primi anni ‘80 ottenendo buoni risultati. 

L’alimentazione della Formica lugubris è composta per circa 1/3 da numerose specie di insetti, in particolare imenotteri e lepidotteri defogliatori tra cui le larve di processionaria. L’attività predatoria operata dalla popolazione di Formica lugubris può contenere la proliferazione della processionaria del pino e quindi limitare i danni a carico del bosco.

Trasferita in questi boschi, la Formica lugubris ha imparato rapidamente ad utilizzare gli aghi delle piante di Pino nero o di Abete bianco per costruire i suoi caratteristici nidi.

Gli effetti dell’incendio sono stati localmente devastanti nei confronti della popolazione ma, con il passare degli anni e in maniera del tutto naturale, si sta progressivamente riaffermando sia in pineta che nelle aree dove è presente l’Abete bianco. È sempre attivo il monitoraggio da parte dell’Università. 

…un po’ di più sulla Formica

La maggior parte della popolazione di un formicaio è costituita da femmine, le operaie, cui spettano i compiti di difesa del nido, raccolta del cibo e allevamento della prole. Nei formicai maturi sono presenti numerose regine che depongono le uova necessarie alla sopravvivenza della colonia.

La Formica lugubris vive nelle foreste dove costruisce nidi (chiamati acervi), accumulando grandi ammassi di aghi di conifere e scavando nel terreno sottostante. La parte del nido posta fuori terra sembra avere come scopo principale quello di accumulare calore per il rapido sviluppo delle larve. 

La presenza della parte sotterranea del nido consente la sopravvivenza di buona parte della popolazione anche in caso di danneggiamento della parte esterna ad opera di animali o anche di un incendio.


La fauna

Erpetofauna

Il popolamento erpetologico della riserva naturale “Monte Alpe”, risulta composto da 4 specie di Anfibi e 7 di Rettili; si segnalano in particolare la Rana appenninica, la Vipera comune e il Saettone.

Ornitofauna

In base alla più recente indagine le specie di Uccelli nidificanti risultano 41, tra le quali si segnalano la Pernice rossa, la Ballerina bianca, il Codirosso spazzacamino, il Saltimpalo, il Verzellino, il Fanello, lo Strillozzo, il Gheppio, il Falco lodolaio, il Picchio muratore, il Rampichino, la Cincia dal ciuffo, il Crociere, la Tottavilla, il Succiacapre e lo Zigolo nero.

Mammalofauna

Il popolamento di Mammiferi della riserva comprende 26 specie di presenza nota o “possibile” tra le quali ricordiamo il Tasso, il Cinghiale, l'Arvicola campestre e lo Scoiattolo.

La flora

La copertura forestale (300 ha) è costituita da boschi di latifoglie e da fustaie di conifere; altri 28 ha sono costituiti da prato, prato-pascolo e coltivo.  Le conifere presenti sono il Pino nero (per la maggior parte), il Pino silvestre, il Larice e l'Abete bianco.  

Tra le latifoglie troviamo principalmente il Carpino nero, la Roverella, l'Orniello, il Faggio, l'Acero montano, l'Acero campestre, il Cerro, la Farnia, la Rovere e il Castagno; gli arbusti più frequenti  sono il Nocciolo, il Maggiociondolo, il Ginepro e il Biancospino.

Principali specie messe a dimora dopo l'incendio

Specie arboree: Quercus cerrisQuercus petraea, Quercus robur, Carpinus betulus, Ostrya carpinifolia, Acer campestre, Acer pseudoplatanus, Acer platanoides, Fraxinus ornus, Fraxinus excelsior,
Prunus avium, Prunus padus, Ulmus minor,
Laburnum anagyroides, Malus sylvestris, Fagus sylvatica, Sorbus domestica, Alnus glutinosa,
Abies alba, Pinus sylvestris
specie arbustive: Crataegus monogyna, Prunus spinosa, Pyrus communis, Cornus sanguinea,
Corylus avellana, Sambucus nigra, Rosa canina,
Viburnum lantana, Ligustrum vulgare, Amelanchier ovalis
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La cura del bosco oggi: linee di gestione

selvicolutrale

Nel piano di gestione vigente della riserva sono previsti interventi selvicolturali che in alcune aree tendono a mantenere la pineta per assicurare l’habitat ai popolamenti diFormica lugubris, mediante diradamenti e tagli fitosanitari, al fine di favorire la rinnovazione delle conifere (fustaie in conservazione). 
In altre zone si perseguirà la progressiva sostituzione degli impianti artificiali di Pino nero con boschi misti di latifoglie mediante tagli successivi, tagli a strisce e a buche, nonché diradamenti dei soprassuoli di conifere più giovani, confidando nella rinnovazione naturale di latifoglie che peraltro sta già dando buoni risultati (fustaie in sostituzione).

Nei boschi di latifoglie si perseguirà in particolare la conversione verso l’alto fusto dei cedui abbandonati; sono altresì previsti e in corso di realizzazione interventi per il recupero e il mantenimento a fini produttivi e paesaggistici di un vecchio castagneto da frutto.



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